Il CAPITOLO della CATTEDRALE

La Biblioteca Capitolare
Messale Quer. B II 7, ff. 163v-164r: Crocifissione e “Te igitur” (inizi XIV secolo).
La Cattedrale di Brescia fu, nell’alto medioevo, un importante centro di spiritualità e di impegno culturale, specialmente grazie all’opera di vescovi del calibro di Notingo e Ramperto. Quest’ultimo, attivo in città nei primi decenni del sec. IX, inserì Brescia nello splendido circuito spirituale e culturale delle grandi abbazie benedettine e delle evolutissime scuole, fiorite grazie all’attività innovatrice degli imperatori carolingi. Verosimilmente in questo periodo prese forma presso la Cattedrale bresciana uno scriptorium addestrato ad usare la nuova elegante scrittura carolina e capace di fornirsi di testi rari e competi presso i più importanti centri culturali europei. Da questa officina libraria uscirono, fra gli ultimi decenni del sec. IX e i primi decenni del sec. X, codici con le Epistulae ad Lucillum di Seneca, il De Civitate Dei di S. Agostino, i Collectanea di Floro di Lione, la Collectio canonica delle Pseudo Isidoro. Ma la biblioteca capitolare poteva già contare su una dotazione libraria più antica, come testimoniano il codice contenente i primi cinque libri del Commento a Isaia di S. Girolamo, esemplato nei primi decenni del VII sec. in onciale dell’Italia del nord e il bellissimo Evangeliario copiato agli inizi del sec. IX presso la corte imperiale e testimoniante le intense relazioni internazionali della Chiesa bresciana. Brescia carolingia poté dunque contare non solo su potenti monasteri benedettini (S. Giulia, S. Faustino maggiore e, nel territorio, S. Pietro in Monte Ursino e S. Benedetto di Leno), ma anche su una attrezzata struttura di produzione e di conservazione libraria, cresciuta sotto la cura dei vescovi e alimentata dal Capitolo dei Canonici.

Nei secoli successivi, vescovi e canonici non cessarono di accrescere e migliorare la dotazione libraria del Capitolo, promuovendo l’allestimento di codici destinati alla celebrazione liturgica, all’edificazione spirituale e all’istruzione del clero. Fra il secolo XI e il secolo XII furono copiati e riccamente decorati messali, omeliari, sermonari, antifonari, innari, lezionari, breviari, rituali, accanto al Rationale divinorum offciorum di Guillaume Durand e la trattato De divini officiis di Amalario o alla Collectio canonica del vescovo Bonizone. A questo periodo risale un bellissimo codice contenente trattati grammaticali e spirituali, riemerso presso la Biblioteca Capitolare di Lucca, appartenuto alla cattedrale di Brescia e allestito nonché fittamente postillato dal vescovo Giovanni. Non mancano naturalmente amplissime testimonianze manoscritte di parti più o meno estese della Sacra Scrittura, accompagnate già da importanti commenti che preludono alla compilazione delle glosse e dei commenti scolastici più diffusi nei secoli successivi. Nel corsi del secolo XIII, inoltre, alcuni volumi della Biblioteca Capitolare bresciana furono letti e postillati da un singolare lettore bresciano: il Seneca e il Sant’Agostino capitolari furono cosparsi di segni di richiamo e di curiosi disegni marinali da Albertano da Brescia, che proprio su questi due testi costruì la parte più ricca del suo apparato sapienziale e spirituale dei suoi fortunatissimi trattati morali. La Biblioteca del vescovo e dei canonici diveniva, dunque, seppure in modo ancora assolutamente privilegiato, luogo di quieta meditazione e officina di elaborazione culturale per un laico, che su quei banchi diede vita a uno dei primi gesti della rinnovata civiltà spirituale e letteraria.

Nel secolo XIV un intensissimo lavoro di copiatura produsse un notevole incremento quantitativo e qualitativo nella dotazione libraria del Capitolo. Testi liturgici e scritturali riccamente miniati e decorati da amanuensi capaci si affiancarono a codici confluiti nella Biblioteca grazie alla tenacia di vescovi come Giacomo degli Atti (1335-1344), che alla Capitolare consegnò una ricca dotazione libraria ora in gran patte dispersa nei diversi fondi della Biblioteca. Ma il momento di massimo splendore della raccolta libraria del Capitolo è da attribuire al secolo XV. Fin dagli inizi del secolo la Biblioteca si arricchì di codici provenienti da altre fondazioni ecclesiastiche della città e del territorio. Nel 1406 pervenne al Capitolo un codice con le Lettere di San Paolo e gli Atti degli Apostoli; probabilmente in questo periodo il Capitolo acquisì anche un importante sacramentario benedettino appartenuto a Sant’Eufemia e l’Ottateuco del secolo XI, appartenuto a San Benedetto di Leno, nonché i Profeti di proprietà del monastero di San Pietro in Monte Ursino a Serle. La sensibilità del Capitolo, pur in momenti difficili, fece inoltre in modo che la Biblioteca della Cattedrale fosse sicuro porto per il recupero e la salvezza di codici altrimenti destinati a perire insieme ai monasteri che ormai non ne potevano garantire la sopravvivenza. Nel 1426 la Repubblica di Venezia conquistò Brescia e negli anni immediatamente successivi consolidò il possesso del territorio. I vescovi veneti che da quel periodo ressero la diocesi bresciana insieme ad una nuova sensibilità delle istituzioni civili garantirono un eccellente destino alla Biblioteca Capitolare per un intero secolo. Il Comune di Brescia curava attraverso l’opera di due Fabbriceri la manutenzione degli edifici delle due cattedrali e le case dei canonici. Anche la libraria fu oggetto di importanti attenzioni e interventi. Dal 1463, essendo vescovo Bartolomeo Malipiero, prese il via un ambizioso progetto di allestimento di antifonari, salteri, graduali e libri liturgici riccamente miniati da destinarsi alla Capitolare e da produrre presso lo scriptorium attivo presso il Capitolo stesso. Il vescovo, dal canto suo, si impegnava a sborsare fino a trecento ducati pere la realizzazione di questo progetto che ebbe seguito e produsse autentici capolavori della miniatura, della produzione libraria e della legatura come i corali attualmente presso la Pinacoteca civica Tosio-Martinengo.

Conservare, incrementare, valorizzare il patrimonio librario del Capitolo doveva significare soprattutto conoscere con esattezza l’entità di tale patrimonio mediante la redazione di inventari. Dal 1466 al 1505 i Fabbriceri del Duomo e i canonici raccomandarono a più riprese la necessità e l’urgenza di redigere precise liste dei preziosi codici conservati in Biblioteca. Solamente nel 1525 si provvide a tale bisogno: in quell’anno infatti il Fabbricere Girolamo Stella compilò un catalogo della Biblioteca Capitolare, che però elenca solamente i libri della libraria vera e propria, vale a dire i testi che i Canonici usavano per lo studio e l’edificazione spirituale, escludendo i libri liturgici, custoditi nella sacrastia.

Durante il secolo XVI e per tutto il secolo successivo la documentazione relativa alla Biblioteca è scarsissima. Perso ogni affetto per i libri manoscritti, i canonici usavano per la liturgia e per la lettura testi a stampa, limitandosi a conservare nei banchi della libraria gli antichi manoscritti. Il secolo XVIII significò la prima lenta rovina di questa splendida raccolta e fu proprio l’inconsapevole generosità e leggerezza di alcuni canonici a procurare le prime dolorose diminuzioni del patrimonio. Nel 1755, il padre teatino Giovan Girolamo Gradenigo, eccellente erudito poi divenuto arcivescovo di Udine, stampava in appendice alla monumentale Pontificum Brixianorum series un fondamentale Elenchum manuscriptorum codicum qui in archivo illustrissimi ac reverendissimi Capituli Brixianae Cathedralis asservantur. In novanta titoli si fotografava per l’ultima volta la grande Biblioteca Capitolare nella sua integrità. Subito dopo il canonico Carlo Doneda, pur assai benemerito erudito e conoscitore della Biblioteca Capitolare nonché attento difensore delle prerogative storiche del Capitolo stesso, ospitava a Brescia il canonico regolare bolognese Giovanni Crisostomo Trombelli. Costui, preceduto dalla fama di eccellente paleografo ed erudito, ottenne dal Doneda in dono un buon numero di codici appartenenti alla Biblioteca del Duomo, fra i quali il Sacramentario di Sant’Eufemia e il primo fascicolo splendidamente miniato del breviario ora in Queriniana esemplato nel 1485 da Sigismondo Pinazzoli da Parma. Quei codici, insieme a molti altri provenienti da istituzioni ecclesiastiche bresciane, il Trombelli portò con sé a Bologna presso la Biblioteca di San Salvatore, né mai più essi fecero ritorno alle loro sedi: oggi sono conservati presso la Biblioteca Capitolare di Lucca, mentre chissà per quale via alcuni anni orsono, durante un’asta battuta a Londra, fu poso in vendita e aggiudicato un Pontificale del vescovo De Dominici appartenuto alla Cattedrale di Brescia. Ma il peggio doveva ancora venire.

Nel 1797 la rivoluzione provocò la scomparsa della Repubblica di Venezia; a Brescia fu istituito un Governo Provvisorio che soppresse ogni istituzione ecclesiastica e confiscò i beni che furono riassegnati a istituti dichiarati di pubblico interesse. La Biblioteca Queriniana venne dic venne dichiarata Biblioteca Nazionale, per arricchire la quale si procedette alla confisca di tutto ciò che rimaneva delle biblioteche ecclesiastiche bresciane, fra cui la raccolta appartenuta al Capitolo. Con decreto del Comitato di Istruzione Pubblica datato 29 vendemmiale anno secondo (20 ottobre 1797) il bibliotecario della Queriniana don Vincenzo Bighelli riceveva l’ordine di recarsi il giorno successivo a visitare l’archivio degli ex canonici per trasportare alla Biblioteca Nazionale Queriniana tutti quei manoscritti che potessero riguardare “oggetti di letteratura”. Era la fine della gloriosa Biblioteca! La confisca fu eseguita e la gran parte di codici fu effettivamente trasferita presso la Queriniana dove tuttora è conservata.