Il CAPITOLO della CATTEDRALE

Cenni storici
Francesco Maffei, Traslazione dei santi vescovi bresciani Dominatore, Paolo e Anastasio alla presenza di san Carlo Borromeo. La grande tela settecentesca, conservata nel transetto meridionale, raffigura a destra la torre della Rotonda prima del crollo.
Anche se non provato da documenti sicuri, è tuttavia verosimile che la Cattedrale di Brescia, al pari delle altre Cattedrali, sia stata dotata, fin dal tempo più antico, di una forma di vita comunitaria di sacerdoti, diaconi e suddiaconi del clero urbano, raccolti attorno al vescovo o al suo vicario. Un’organizzazione stabile e regolare fu introdotta tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX sec. dagli ultimi vescovi longobardi e dai primi di epoca carolingia (Antonio, Notingo, Ramperto), in concomitanza con la dilatazione dei poteri amministrativi e di governo del vescovo-conte. Attorno alla figura episcopale prese in tal modo forma un’organizzata compagine di chierici, impegnati a coadiuvare stabilmente il vescovo nella cura spirituale e patrimoniale della diocesi. I documenti del tempo testimoniano un’attiva presenza del Capitolo canonicale come la più forte organizzazione ecclesiastica accanto al vescovo. In epoca carolingia la Cattedrale bresciana si dotò inoltre di una schola e di un attivo centro di produzione di manoscritti, in contatto con i principali centri culturali europei del tempo. Nello stesso periodo andò sviluppandosi sempre di più l’attività del Capitolo, impegnato a differenziarsi dalle istituzioni monastiche benedettine, ben presenti sul territorio bresciano. Va compresa in questo senso la progressiva istituzionalizzazione di alcuni uffici con la creazione di specifiche dignità capitolari: nel sec. XI venne creato l’ufficio di “prevosto”, alla fine del sec. XIII quello di “vicedomino”, nel sec. XIV quello di “vicedecano”, di “cantore” e del “massaro”. Il “vicedomino” era la quarta dignità del Capitolo, dopo l’arcidiacono, l’arciprete ed il prevosto, ed aveva il compito di amministrare i beni della mensa vescovile durante i periodi di vacanza della sede. Il cantore aveva invece competenza su tutto ciò che riguardava il culto divino nella Cattedrale.

Intanto, a partire dai secc. X e XI, il Capitolo era andato incrementando le sue dotazioni fondiarie e i benefici ecclesiastici, accumulati per il sostentamento del clero capitolare. Una ricostruzione dettagliata delle cospicue proprietà del Capitolo si ritrova nella Bolla di papa Eugenio III, data a Leno il 9 settembre 1148: si tratta di benefici collocati in città e nella diocesi a Flero, Castel Mella, Capriano del Colle, Poncarale, Urago Mella, Cellatica, Cadignano, Mairano, Adro, Casaglia, per citare solo alcuni dei numerosi riferimenti topografici. Tutti questi beni furono più volte confermati negli anni successivi da diversi pontefici: il 27 giugno 1159 da Adriano IV, il 10 agosto 1175 da Alessandro III, il 10 dicembre 1186 da Urbano III. La collaborazione tra il vescovo e i canonici nel governo spirituale e temporale della diocesi si intensificò in epoca comunale. Il vescovo esercitava infatti una vasta signoria feudale su ampie porzioni del territorio bresciano, potendosi egli fregiare dei titoli di duca della Valcamonica, di marchese della Riviera Benacense e di conte di Bagnolo. A sua volta, l’arcidiacono del Capitolo, prima che venisse istituita la figura del vicario generale di nomina vescovile, svolgeva le funzioni di primo collaboratore del vescovo in spiritualibus et temporalibus. L’arciprete del Capitolo aveva invece il privilegio di conferire la sacra tonsura ai chierici, ammettendoli di fatto tra il clero diocesano.

L’importanza e il prestigio del Capitolo andò crescendo a tal punto che nel medioevo molti vescovi di Brescia provenivano dal clero capitolare. E’ il caso di Azzone (1246-1253), di Cavalcano de Salis (1254-1263), di Berardo Maggi (1275-1280) e di Federico Maggi (1309-1317). Nel corso del ’300 i consolidati equilibri tra autorità episcopale e autorità canonicale andarono però progressivamente mutando con l’arrivo sulla cattedra vescovile di soggetti estranei alla realtà locale, ma convogliati a Brescia da influenti parentele o da logiche di potere gestito dalla sede pontificia avignonese. Pertanto, durante le signorie scaligera e viscontea la dignità episcopale finì per passare nelle mani di protetti delle famiglie signorili, mentre nel Capitolo si ebbe un gran numero di nomine di comodo, frutto di una politica di favoritismi e di carrierismi. Una parte delle cariche canonicali rimasero tuttavia solido appannaggio delle nobili famiglie locali, garantendo in tal modo continuità e integrità nelle gestione del patrimonio della mensa capitolare. Significativa resta, a questo proposito, la figura dell’arcidiacono Giovanni da Zendobbio che tra la fine del XIV e l’inizio del XV sec., oltre alla custodia dei beni del Capitolo e alla cura d’anime, si premurò di riorganizzare e arricchire la già vasta biblioteca capitolare impegnandosi in particolare nel recupero di antichi codici provenienti da grandi istituzioni monastiche bresciane in decadenza come l’abbazia di Leno e il monastero di S. Pietro di Serle. Con l’arrivo della dominazione veneziana agli inizi del ’400, il Capitolo andò assumendo un ruolo particolare nel quadro della politica ecclesiastica bresciana. La cattedra vescovile era divenuta infatti appannaggio esclusivo di membri del patriziato veneziano, che la ressero ininterrottamente, salvo una breve parentesi iniziale, fino alla fine del ’700. Il Capitolo cattedralizio, composto da membri dell’aristocrazia locale fedele a Venezia ma gelosa delle sue prerogative e dei suoi privilegi, ebbe sempre di più una funzione di contrappeso nei confronti del potere vescovile. I canonici furono, infatti, orgogliosi antagonisti delle pretese accentratrici dei vescovi veneti, abili difensori delle libertà capitolari e accorti gestori del cospicuo patrimonio canonicale.

Nel corso della dominazione veneta a Brescia il Capitolo si diede nuove regole per organizzare la propria attività sia dal punto di vista cultuale sia per l’aspetto propriamente amministrativo. Le rendite della mensa furono ripartite in diversi “capi”, facenti riferimento ciascuno alle diverse cappellanie, mentre ebbe particolare incremento l’attività della schola canonicale, da cui uscirono figure di rilievo nel panorama culturale come Mattia Ugoni, vescovo di Famagosta e vicario di diversi vescovi, Leandro Chizzola, vicario vescovile in epoca controriformistica, Paolo Gagliardi, erudito di valore nel ’700. Fino all’epoca della rivoluzione giacobina del 1797 il Capitolo di Brescia risultava composto da quaranta membri: sei dignità (arcidiacono, arciprete, prevosto, vicedomino, cantore e decano), diciassette canonici, un canonico soprannumerario eletto dal Comune e chiamato per questo “cappellano della città”, sei mansionari e dieci cappellani corali.

Nel 1797 il Governo del Popolo Sovrano Bresciano incamerò tutti i beni del Capitolo, tra cui anche l’archivio, contenente i titoli di proprietà e le investiture, e la ricca biblioteca, ora quasi interamente custodita presso al Civica Biblioteca Queriniana di Brescia. Solo nel 1799 il Capitolo, che era stato svuotato di ogni autorità e privato di ogni libertà di azione dai giacobini locali, poté essere ricostituito seppur in ranghi notevolmente ridotti. Lo componevano, infatti, tre dignità, nove canonici, un canonico suprannumerario e sei mansionari. L’intero corpus canonicale, di fatto privo di ogni proprietà e di ogni emolumento, riprese in tal modo la propria funzione di collaborazione con il vescovo tamquam eiusdem senatus et consilium. Dopo la rivoluzione giacobina, il Capitolo cessò di essere appannaggio esclusivo della nobiltà bresciana accogliendo tra i suoi membri anche ecclesiastici provenienti non solo dalle grandi famiglie patrizie locali. Per ricompensare i canonici bresciani della loro benemerita opera e quasi a risarcimento delle vessazioni subite dal Capitolo all’epoca giacobina e napoleonica, nel 1806 papa Pio VII concedeva ai canonici della Cattedrale bresciana l’uso della cappamagna, del rocchetto e della croce pettorale, insegne indossate per la prima volta il 7 settembre 1807 in occasione dei primi vespri della festa della Natività di Maria, tradizionalmente festa capitolare celebrata nella chiesa delle Grazie. Invece con decreto della S. Congregazione dei Riti del 13 maggio 1936, confermato il 29 giugno dello stesso anno da papa Pio XI con il Breve Cum Brixienxium Episcopus, venne concesso ai canonici il titolo di “monsignore” unitamente alla facoltà di indossare in diocesi l’abito prelatizio.

Nel 1989, in attuazione degli indirizzi dati in materia dal Concilio Vaticano II e dal Codice di Diritto Canonico, il vescovo mons. Bruno Foresti procedeva ad una ristrutturazione del Capitolo cattedralizio bresciano, affidando alla millenaria istituzione fondamentalmente compiti inerenti alla dimensione cultuale propria della chiesa Cattedrale.